CINESTATE 2012

Questa sera con inizio alle ore 21,00 – Ingresso 2,50€

Jack e Sally sono una coppia di studenti americani a Roma, in attesa dell’amica di lei, Monica, un’attrice  in erba con la fama della seduttrice seriale. John è un famoso architetto, di ritorno nella città eterna dopo trent’anni, che rivede in Jack se stesso da ragazzo e tenta inutilmente di metterlo in guardia rispetto a Monica. Anche Hayley è giovane e americana: innamoratasi di Michelangelo, figlio di un impresario di pompe funebri, convoca i propri genitori in Italia per far conoscere le famiglie. Insieme al padre regista d’opera in pensione e alla madre strizzacevelli, arriva a Roma anche una coppietta di Pordenone che finirà separata per un giorno da un turbine di equivoci. Ultimo è Leopoldo Pisanello, che diverrà per qualche tempo il primo, per la girandola della ribalta, il capriccio di una fama che è pura illusione e come viene se ne va. Vorrebbe, forse, essere un film felliniano,  To Rome with love , ma è soprattutto un film stanco. Allen finge di avere in mente Lo Sceicco Bianco o i quadri eterogenei, chiassosi e umilianti di “Roma”, ma in verità non fa che citarsi addosso, senza trovare idee nuove e persino senza approfondire le vecchie, senza investire in alcun modo nell’impresa, quasi fagocitato dalle sabbie mobili dei topoi narrativi più facili – il vigile urbano che apre e chiude il decamerone di storielle morali, le donne baffute in veste da casa, la star della tivù che lusinga la ragazzina di provincia -, proprio lui che è sempre fuggito da qualsiasi clichés non fosse di sua invenzione. Si vorrebbe credere, allora, che guardi volontariamente ad un cinema del passato, come ha fatto altrove, come ad un rifugio nostalgico, ma è presto chiaro che così non è, al contrario: dal “fantasma” di Alec Baldwin alla nevrosi istrionica di Ellen Page, sono pezzi delle sue stesse opere che qui ritornano senza ossigeno vitale, come rovine di un’età ispirata ma antica (con tutto che questo episodio “americano” è forse il più … Continua a leggere qui

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CINESTATE 2012

Questa sera con inizio alle ore 21,00 – Ingresso 2,50€

In un antico borgo spagnolo, Gatto e Humpty Dumpty sono cresciuti come fratelli in un orfanotrofio, col sogno di trovare un giorno i fagioli magici e arrivare all’oca dalle uova d’oro. Nel frattempo, geloso del suo compare più atletico ed amato, Humpty non ha però disdegnato la strada del crimine ed è proprio in occasione di una rapina che qualcosa è andato storto e la loro amicizia si è frantumata. Gatto si aggira da allora come un fuorilegge, in cerca di un modo per ripulire il suo nome, mentre Humpty fa squadra con Kitty Zampe di Velluto, una gattina bella e scaltra. Il destino li rimette un giorno insieme, finalmente sulle tracce dei fagioli magici. Anche chi non è mai stato fan delle avventure animate dell’orco Shrek, non ha potuto resistere al fascino sornione e birichino del personaggio del gatto, apparso nel secondo capitolo e divenuto in fretta la sola oasi anti-noia all’interno di un franchise in rapido inaridimento. Il film che lo vede protagonista sceglie di non sfiorare nemmeno marginalmente il suo cammino al fianco degli orchi e di ciuchino ma di andare direttamente ad esplorare la sua infanzia e la genesi del personaggio, un po’ come hanno fatto recentemente altre saghe cinematografiche, da Star Trek a X-Men. Mutare terreno, data l’arsura della palude precedente, non sembrava affatto una cattiva idea, quella che non si spiega è la mutazione totale, diremmo genetica, del personaggio. Cosa ne sia stato della pallina di pelo capace di confondere gli avversari sgranando gli occhioni e facendo le fusa per poi tirare fuori gli artigli al momento opportuno, è un mistero senza soluzione. Ritroviamo il gatto trasformato in parte in Zorro, con tanto di cavallo e spada graffitara (e va bene che dietro c’è Banderas ma sembra una presa in giro), e in parte in D’Artagnan, con Milady al seguito.  Ciò che non cambia, rispetto alla tradizione di famiglia, è il paesaggio narrativo, ispirato ancora una volta alla fiaba – qui è “Jack e il fagiolo magico” – ma, se possibile… Continua a leggere qui

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CINESTATE 2012

Questa sera con inizio alle ore 21,00 – Ingresso 2,50€

Paolo è in procinto di sposarsi con Margherita, la donna che ama. Manca solo una settimana alle nozze e tutto sembra prospettare un avvenire roseo e soave. Peccato che in quegli ultimi sette giorni ogni cosa paia rivoltarsi contro di lui e le sue romantiche aspirazioni. Tormentato da una collega ossessionata da lui e accompagnato da un testimone di nozze del tutto inaffidabile, in una sola settimana Paolo colleziona una serie di improvvide azioni dalle conseguenze disastrose tanto per la sua immagine agli occhi della fidanzata e dei futuri suoceri, che per la salute di cani e anziani parenti della sposina. Tanto che, a dispetto della devozione del povero innamorato, anche le serene prospettive del giorno più felice della sua vita cominciano a farsi fosche e incerte. Anche se alle prese con la sua opera prima, Alessandro Genovesi può essere già considerato, assieme a Fausto Brizzi e Federico Moccia, fra i protagonisti di un processo di “globalizzazione” della commedia italiana: una sorta di riforma delle storie e dei personaggi italiani dove alla tipica vocazione alle maschere e alla satira, si sostituisce gradualmente un tipo di rom-com di stampo anglosassone, fatta di situazioni, di incastri e di momenti topici. Autore del testo teatrale da cui Gabriele Salvatores ha tratto la sua Happy Family eccentrica e sorniona, Genovesi per la sua prima regia effettua un tipo di operazione di saccheggio dall’immaginario d’oltremanica e d’oltreoceano non lontano da quello praticato per il film di Salvatores. Là si citavano Wes Anderson e Woody Allen giustificandosi dietro la fantasia di una struttura metalinguistica; qua si riprende esplicitamente un format televisivo della BBC per farne una commedia a metà strada fra Ti presento i miei e Bridget Jones, i Farrelly e Mister Bean. Al crocevia di questo scambio anglo-americano fra comicità farsesca e sopra le righe e toni candidi e melliflui, si situa in maniera icastica la personalità di Fabio De Luigi, sorta di corpo comico ibrido capace di attrarre verso di sé tanto le sventure di Ben Stiller che il romanticismo goffo e impacciato del giovane Hugh Grant. È attraverso di lui che si avvia e si compie questo breve calvario umoristico di sfighe … Continua a leggere qui

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CINESTATE 2012

Questa sera con inizio alle ore 21,00 – Ingresso 2,50€

A metà del XIII° secolo, i coniugi Collins e il figlioletto Barnabas salpano dall’Inghilterra alla volta del Maine, dove avviano un impero commerciale e favoriscono la nascita di una cittadina che porta il loro nome: Collinsport. Anni dopo, Barnabas è un giovin signore ricco e di bell’aspetto, che s’innamora perdutamente della dolce Josette e infrange così il cuore di Angelique Bouchard, che lo aveva servito e adorato. Assetata di vendetta, Angelique, che è una potente strega, lo tramuta in vampiro e lo fa seppellire vivo. Al suo risveglio, nel 1972, Barnabas scopre che il suo maniero e la sua famiglia sono andati in rovina e che l’intera città vive nel mito dell’intraprendente Angie, imprenditrice di successo e vecchia conoscenza di Barnabas. Basandosi su una sceneggiatura di Seth Grahame-Smith (l’autore di “Orgoglio e Pregiudizio e Zombie”) e sulla serie televisiva di Dan Curtis (1966-1971), Tim Burton realizza con Dark Shadows un film visivamente ricchissimo ma anche pieno di “spirito”. Se del regista si è soliti apprezzare la passione per l’inconsueto, questa incursione nel terreno dei vampiri, che dire di moda è dire poco, può lasciare esitanti, ma non solo Burton con questo lavoro torna “a casa”, ma dimostra ad ogni inquadratura di essere superiore alle mode, anzi, ad esser precisi, di trovarle curiose. Mai come questa volta ci troviamo in un mondo popolato di creature simili tra loro, almeno apparentemente. Per ragioni diverse (l’età ingrata, il vizio dell’alcol, la capacità di vedere i fantasmi o la natura vampiresca) i Collins e i loro entourage sono tutti strani, chi più chi meno. Lo sono e basta, come i componenti della famiglia Addams. Ma all’interno di questo mondo e di quest’epoca in cui la bizzarria è quasi la normalità, Burton opera i distinguo che fanno battere il cuore al suo film: perché non tutti i mostri sono uguali e non tutti sono mostri allo stesso modo… Continua a leggere qui

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CINESTATE 2012

Questa sera con inizio alle ore 21,30 – Ingresso 2,50€

Tre uomini divorziati ed estremamente diversi per carattere e abitudini decidono di condividere un fatiscente appartamento romano per venire incontro alle difficoltà economiche dettate dalla crisi e dalle personali debolezze. Ulisse gestisce un negozio di vinili e di memorabilia del suo glorioso passato di produttore discografico; Fulvio è stato un importante critico cinematografico prima di finire a scrivere di gossip e starlette a causa di una relazione epistolare intrattenuta con la moglie del suo caporedattore; Domenico, invece, è un agente immobiliare scapestrato che il vizio del gioco e delle donne ha ridotto a vivere dove capita e a dover pagare gli alimenti a un numero di figli e di famiglie imprecisato. I tre vitelloni si ritrovano a fare i conti con una difficile convivenza, finché una sera Domenico, che arrotonda le entrate come escort, viene colto da un malore dopo aver preso troppo viagra e fa chiamare a casa Gloria, una stramba cardiologa con seri problemi sentimentali. In tempi di recessione economica e artistica, Carlo Verdone decide di non risparmiare nulla della sua personalità di attore e regista nel misurarsi con la “nuova” commedia italiana ai tempi della crisi. Posti in piedi in paradiso concentra ogni momento della commedia verdoniana: c’è il Verdone comico dei personaggi coatti, pignoli e ingenui (in questo caso condivisi con Pierfrancesco Favino e Marco Giallini); c’è il Verdone intimista dei conflitti familiari e delle nevrosi affettive; e c’è in parte anche il Verdone del racconto corale che cerca di tracciare un profilo sociale a partire da un insieme di caratteri molto diversi. Ne esce una “commedia di situazione”, ricca di personaggi e di relazioni, di microstorie e di umori, dall’impostazione quasi teatrale. Due sono i blocchi fondamentali che la caratterizzano. La prima parte lavora sui meccanismi comici classici dettati dall’interazione fra uno “strano trio” di divorziati, in cui fra l’Ulisse pignolo e stressato di un Verdone che rifà se stesso e il Domenico tronfio e cialtrone di un Marco Giallini a metà fra Vittorio Gassman e Christian De Sica, si immette la figura mediana del Fulvio di Pierfrancesco Favino (forse quella più rappresentativa dell’uomo medio moderno, grazie al suo carattere al contempo imbranato e meschino, educato e cattivo). In questa fase, gli attori funzionano, mentre le gag fanno la spola fra il recupero della commedia all’italiana e la faciloneria del nazional-popolare. La seconda parte smembra progressivamente il trio per concentrarsi sui sentimenti attraverso il rapporto fra il personaggio di Verdone e quello di Micaela Ramazzotti e le relazioni fra padri e figli…. Continua a leggere qui

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CINESTATE 2012

Questa sera con inizio alle ore 21,30 – Ingresso 2,50€

La vita derelitta di Driss, tra carcere, ricerca di sussidi statali e un rapporto non facile con la famiglia, subisce un’impennata quando, a sorpresa, il miliardario paraplegico Philippe lo sceglie come proprio aiutante personale. Incaricato di stargli sempre accanto per spostarlo, lavarlo, aiutarlo nella fisioterapia e via dicendo Driss non tiene a freno la sua personalità poco austera e contenuta. Diventa così l’elemento perturbatore in un ordine alto borghese fatto di regole e paletti, un portatore sano di vitalità e scurrilità che stringe un legame di sincera amicizia con il suo superiore, cambiandogli in meglio la vita. Il campione d’incassi in patria (con cifre spaventose) è anche un campione d’integrazione tra i più classici estremi. La Francia bianca e ricca che incontra quella di prima generazione e mezza (nati all’estero ma cresciuti in Francia), povera e piena di problemi. Utilizzando la cornice della classica parabola dell’alieno che, inserito in un ambiente fortemente regolamentato ne scuote le fondamenta per poi allontanarsene (con un misto di Mary Poppins e Il cavaliere della valle solitaria), i registi Olivier Nakache e Eric Toledano realizzano anche un film tra i più ottimisti sulle tensioni che attraversano la Francia moderna. Mescolando archetipi da soap (anche i ricchi piangono), la favola del vivere semplice e autentico come ricetta di vera felicità e un pizzico di “fatti realmente accaduti”, a cui gli autori sembrano tenere molto (l’autenticità viene ricordata in apertura e di nuovo in chiusura con i volti dei veri personaggi), Quasi amici riesce a mettere in scena un racconto che scaldi il cuore e rischiari l’animo a furia di risate liberatorie (l’uinca possibile formula che porti incassi stratosferici) senza procedere necessariamente per le solite vie. La storia di Philippe e Driss non segue la canonica scansione da commedia romantica, non procede per incontro/unione/scontro/riconciliazione finale ma ha un andamento più ondivago, che fiancheggia la crisi del rapporto e le sue difficoltà senza mai forzare il realismo. Pur concedendo molto a quello che piace pensare, rispetto al modo in cui realmente … Continua a leggere qui

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CINESTATE 2012

Questa sera con inizio alle ore 21,30 – Ingresso 2,50€

Andrea e Giulia hanno quarant’anni, un figlio adorato, una tata smaniosa, tanta serenità e poca voglia di fare sesso. Voglia perduta negli anni, dentro il quotidiano, dietro la consuetudine, tra una casa al mare e un’altra in città. Apatica lei, distratto lui, per Andrea e Giulia non è mai il momento giusto per consumare, meglio un fumetto o una rivista di gossip. La visita improvvisa di Max, porno divo residente (e operativo) a Hollywood, sollecita la loro indolenza, costringendoli a fare i conti con le troppe notti ‘in bianco’. Amico di vecchia data di Giulia e amatore per professione, Max non lesinerà in suggerimenti e consigli per l’uso, disinibendo le inibizioni ed eccitando la fantasia. Tra anelli vibranti e preservativi ritardanti, il piacere non tarderà a venire. Assorbito e smaltito anche quest’anno il cinepanettone, i tempi sono maturi per mettere in produzione e lanciare sul mercato il cinesanvalentino, prodotto romantico e transgenerazionale che frequenta il matrimonio, l’amore e i suoi rimedi. ‘Contro’ il cinema d’autore, riprodotto nel prologo, caricato di pessimismo cosmico e di virtù fecondanti, Fausto Brizzi realizza un prodotto medio e rigorosamente de-autorializzato, che interrompe brevemente la compostezza perbenista della commedia italiana. Con toni fintamente anticonformisti Com’è bello far l’amore racconta un cammino in avanti, verso l’ebbrezza della disinibizione e della trasgressione, che in realtà ne inscena uno all’indietro alla ricerca dell’unico luogo che conti: il focolare domestico. Lontana dall’essere in qualche modo sovversiva, la commedia reversibile di Brizzi (e Martani) è il luogo della riappacificazione familiare dopo una vacanza dal matrimonio. Recuperando volti televisivi (Fabio De Luigi, Michele Foresta e Virginia Raffaele) e facendo circolare un po’ di divismo, periferico con Margherita Buy, centrale e centrato con Filippo Timi e Claudia Gerini, Com’è bello far l’amore accoglie il sesso come argomento da offrire alla sorridente riflessione dello spettatore, non disdegnando infiltrazioni drammatiche sempre e opportunamente chiuse tra parentesi comiche. Se poi è vero che gli ‘esami’ non finiscono mai, questa volta tocca ai quarantenni varcare la linea d’ombra, affrontare una prova dall’esito incerto e accedere a una nuova consapevolezza (sessuale). Com’è bello far l’amore non sfugge in ogni caso al bisogno ecumenico di coinvolgere pure il pubblico più giovane attraverso una storia romantica risoltasi sulla voce di Richard Sanderson. E proprio la sua “Reality”, dove ‘i sogni sono la realtà’, fornisce la chiave di un film che abita un mondo fantastico da smontare o costruire all’occorrenza, dove non ci sono esigenze di spazio, territorio, piani regolatori, caro affitti, caro casa, dove il lavoro è relegato dentro un tempo indeterminato o funzionale a esibire una gag. … Continua a leggere qui

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CINESTATE 2012

Questa sera con inizio alle ore 21,30 – Ingresso 2,50€

Dopo aver finalmente sostenuto la maturità il gruppo di quasi-quarantenni al centro di Immaturi, si prende una settimana di vacanza per il più classico dei viaggi post-esame, nella più classica delle località adolescenziali: un’isola greca. Le tentazioni di ogni sorta che troveranno sull’isola non faranno che aumentare ed esasperare i conflitti latenti, le paure e i nodi irrisolti delle relazioni che animano l’interno del gruppo. L’epopea del raggiungimento della maturità (intesa concretamente come “esame di stato”) è stata lo specchio del raggiungimento di un’insperata maturità (intesa in senso ideologico come maturazione mentale e assunzione delle responsabilità) per un gruppo di adulti poco cresciuti che dovrebbe rispecchiare lo stato di buona parte della nostra società. Ora il viaggio che segue questo traguardo mette alla prova le conquiste del primo film, per un ulteriore passo in avanti nella scala della maturazione. In realtà quello che succede è che per girare in meno di un anno il seguito di un film di grande (e inaspettato, per tutti) successo si procede nella maniera più rapida: si lasciano intatti personaggi, dinamiche e relazioni cambiando unicamente il contesto, in modo da prestare il fianco a nuove avventure per i medesimi caratteri. È la struttura seriale dei fumetti o dei cartoni animati, non mutare nè far evolvere i personaggi (o farlo molto molto lentamente) per reiterare possibilmente all’infinito avventure quasi uguali. In questo nuovo film gli immaturi, trovata ormai una sistemazione sentimentale (tutti tranne uno, il donnaiolo indefesso) passano al livello successivo: mantenerla. Tra tradimenti veri e presunti, velleità di indipendenza e confronto con la propria volontà di non impegnarsi il risultato sarà il medesimo del primo film. Il problema semmai è come Immaturi – Il viaggio scelga di arrivare a questo finale, cioè abusando di una struttura ruffiana che propone il grado zero della variazione sui temi scelti. Il figlio mammone che ora è fidanzato iper-innamorato e affezionato, il bello che crede di non poter avere cedimenti davanti ad un possibile tradimento, l’indipendente che si pente del suo isolamento, lo sciupafemmine che non vuole impegnarsi, sono tutti punti di partenza comuni a tante commedie che Immaturi – Il viaggio continua a far rimanere spunti, senza regalare mai a nessun personaggio … Continua a leggere qui

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